Liszt

Paganini Etudes 

Original 1838 version (S.140)

Elisa Tomellini (piano)

Dynamic 

 Era Paganini stesso ad arricciare il naso di fronte a musiche troppo “facili”: un virtuoso come lui, in quotidiano rapporto con il demònio (non il dèmone, eh) e avvezzo a tutto ciò che trascende la miseria del quotidiano, non poteva mettersi a suonare l’Aroldo in Italia che Berlioz gli aveva dedicato, dove il solista, non un violino ma una viola!, canta senza precipitarsi o inerpicarsi chissà dove.
Scherzi a parte, anche Elisa Tomellini è così brava, così tecnicamente capace da voler suonare il Liszt paganiniano, già di per sé tremendo, in una prima versione ai limiti del possibile. Se lui stesso, Franz, dopo diversi anni ripiegò su più miti consigli, appunto facilitandone la scrittura, vorrà dire che cosa? Che quasi nessuno avrebbe mai messo in repertorio tanto cimento.
Parola di Schumann: non più di quattro o cinque pianisti d’allora potevano suonare quegli studi. Elisa Tomellini non ha un attimo di esitazione e mentre di solito si esegue l’edizione del 1851 opta questa del 1838. Dove, per esempio l’Étude n. 3 è più complessa anche perché comprensiva di passi del rondò finale del primo concerto. Che non era pubblicato, all’epoca, e Liszt l’avrà ricordato a memoria. E l’Étude n. 4? È talmente difficile che almeno si conceda al pianista di prenderla un po’ comoda: non la Tomellini, che sceglie un tempo invece bell’e scomodo.
Seguono cinque studi da concerto, i tre S 144 e i due S 145; e questi due, brevi e datati al 1863, finiscono come dei soffi, nelle mani della Tomellini. Che col trascendentale e vertiginoso traffica al punto da amare il pianoforte come la montagna (o viceversa).

Piero Mioli

ARTISTICO     

TECNICO         

Piero Mioli (Settembre, 2019). Amadeus Magazine n.358, Liszt, 113

Liszt Paganini Etudes          

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